Chiesa Madre di Santa Maria Maggiore

Il sacro ediflcio che s’innalza con un bell’ effetto architettonico all’inizio del corso principale del nucleo storico,
fu eretto presumibilmente attorno al XII secolo 2 col titolo di Santa Maria Maggiore o di Santa Maria della Neve, ma a 
Causa dei gravi danni causati dagli scotimenti sismici alla fabbrica nel corso dèi secoli, fu ricostruito varie volte e in epoche diverse: segnatamente nel primo ‘500 e poi ancora tra il 1740 e il 1799 ad opera dei capomastri Francesco Belmonte e Raffaele De Bartolo, con l’intervento del!’ ebanista Matteo Morrone per le opere lignee e del pittore indigeno Cristoforo Santanna, per quanto riguarda la parte pittorica e decoratìva. I primi due, specialmente, s’ingegnarono di rispettare nel corso dei lavori di ripristino i tratti originari della bella costruzione ruinata, ma purtroppo ben poco poterono conservare della suggestiva creazione dell’ arte cinquecentesca e ancor meno di quella romanica precedente.  

La chiesa si presenta oggigiorno al termine di un’ampia scalinata sul piano del sagrato e con un’armoniosa FACCIATA
a salienti, che riproduce in sezione l’interno, nonché ripartita in basso da t’e portali in tufo di buona fattura, in concordanza con l’interno a croce latina scandito da tre alte navate – ad ogni portale corrisponde una navata – di cui la mediana di volume doppio, rispetto alle due laterali che l’affiancano. Nel mezzo della fronte campeggia un bel rosone tufaceo a raggira con sedici colonnine saqomate che si dipartono dal centro quadrilobato, riporto ricomposto della fabbrica primitiva. 

Nell’interno, dodici robusti pilastri quadrangolari, che nel ripristino hanno inglobato le vecchie colonne danneggiate dai terremoti, sovrastati da capitelli compositi rivestiti in foglia d’oro zecchino, sostengono l’ampia volta a botte mediante una serie di arcate a tutto sesto; altrettante lunette poste all’incrocio degli archivolti, incorporano delle finestrelle vetrate da cui filtrano fasci di luce diffusa che si riflettono sull’ oro delle decorazioni, creando uno stupendo gioco di luci e di colori. 

 

Lungo le navate laterali con la volta a cupoletta si susseguono dodici altari minori (sei per parte) con altrettante nicchie con statue o dipinti, tra cui emerge per grazia ed ampiezza quello del Crocifisso. 

Nel vasto presbiterio risaltano l’ ALTARE maggiore eseguito in marmi versicolore ed ornato con sculture e stucchi lucidi nonché gli antichi STALLI del coro scolpiti ed intarsiati in legni contrastanti, uniti gli uni agli altri e disposti simmetricamente su due file, l’una dirimpetto all’altra, in maniera da formare con gli alti postergali di cui sono forniti dei tramezzi atti a delimitare l’ampia superficie del coro dalle adiacenti navatelle laterali. I bei portali litici che danno acceso al tempio al termine della larga scalinata del sagrato, tutti in pietra riccamente scolpita, sono affiancati da colonnine annicchiate e rudentate, sovrastate al termine del fusto da capitelli ionici e corinzi a coppie alternate.

Durante i lavori di restauro della chiesa, dal 1993 al 1999, vennero alla luce un ossario di 300 metri cubi di ossa e la vecchia chiesa situata sotto l’altare odierno. In passato , senza un vero e proprio cimitero si usava tenere le ossa sotto la chiesa Matrice.

 Gli studiosi collocano la vecchia struttura intorno al 1040 d.C.; si estende su tutta la larghezza della chiesa ma non in profondità.

Nella galleria di foto potete ammirare la cripta e tutti gli oggetti ritrovati all’interno di essa.

Gli alti basamenti su cui poggiano le colonnine del portale centrale recano dei riquadri decorativi, su cui appaiono scolpiti nella pietra due fregi allegorici: un libro aperto, a destra e due chiavi incrociate , a sinistra, simboleggianti rispettivamente “il Libro della Vita”  coi nomi di coloro che sono destinati alla salvezza, e la potestà della Chiesa di assolvere i peccati in nome di Cristo.

Sulla chiave di volta si stacca invece l’arme civica dallo scudo araldico sagomato con al centro le “tre torri” e alla base, inciso nel tufo in tutte lettere, l’antico toponimo “Renda”.

La pavimentazione dell’impiantito fu eseguita nel 1890-92, per motivi di urgente necessità, avendo la precedente impalcatura ricoperta da grandi lastroni tufacei ceduto in più punti, a causa di un movimento franoso verificatosi nei sottostanti sotterranei cimiteriali emersi in seguito agli scavi effettuati. Dal corpo della fabbrica, sulla sinistra di chi guarda, si eleva una slanciata TORRE campanaria innalzata nel ‘700, ma ricostruita nel 1923 per i danni subìti dal terremoto del 1905, che seminò lutti e rovine nell’ abitato, e dedicata al SS. Crocifisso e alla Madonna della Neve. Composta da quattro piani coronato ognuno da una pronunziata cornlciatura, ha le pareti esterne in cotto di  lineare semplicità, delìmltate da lesène decorative sovrastate da capilelli e alleggerile da monofore ad arco da una serie di piccoli balaustri.

Negli ultimi due piani sono sistemati rispettivamente la cella campanaria e l’orologio  meccanico, mentre quello estremo culmina con un terrazzino contornato da un’elegante balaustra perimetrale, da cui la vista spazia su un panorama di suggestiva bellezza. 

In primavera, migliaia di rondini animano l’elegante campanile ruotandovi torno torno con le ali ferme e tese e con mille stridi festosi, mentre i colombi che vi s’annidano pure numerosissimi riempiono l’aria col loro caratteristico grido gutturale e sul limitare dei cornicioni, a coppie, amoreggiano teneramente. 

 

 

Fonte:

G. Giraldi – Le Chiese di Rende

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